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ECONOMIA E SOCIETA’ DI OGGI E DI DOMANI

Economia

3 Aprile 2017

Vorrei portare la vostra attenzione e allo stesso tempo condividere con voi la nozione di “economia patrimoniale”. Io credo che si tratti, almeno per la nostra Regione e molte altre regioni alpine, di uno dei temi di maggiore interesse per il futuro assetto di diversi settori che si trovano al centro di un insieme di questioni economiche, culturali, di formazione e di società. Per affrontare questo tema è necessario un breve passo indietro.

Nel 1997, vent’anni or sono esattamente, si teneva a Parigi un convegno promosso dal Ministero della Cultura e dallo storico Jacques Le Goff intitolato “patrimoine et passions identitaires” in cui si affermava tra l’altro “..deux notions, lentement élaborées, tantôt séparément tantôt en symbiose au cours de longue périodes, convergent aujourd’hui : celle du patrimoine et celle de l’identité.. » come a dire, non giriamoci intorno questo è il problema. Ma è più oltre che possiamo leggere il passaggio forse più interessante : « ..permettez-moi de reprendre, pour conclure, certain propos de la note de présentation(..) la direction du Ministère et moi-même souhaitons présenter les aspects négatifs des déraisons identitaires, le caractère outrancier de certaines politiques patrimoniales, les dangers d’un culte paralysant du passé et de ses vestiges, mais aussi replacer ce goût du patrimoine dans l’histoire des constructions identitaires, montrer comment elles se nouent, autour du patrimoine, identité individuelle et identité collective.. ». Questo testo è considerato uno dei testi inaugurali di una nuova stagione che nel corso del tempo è diventata sempre più centrale in tutte le analisi sullo sviluppo in particolare del mondo alpino. Chi di voi ha avuto il piacere a la pazienza di leggere una delle opere più interessanti degli ultimi anni sulla storia moderna del mondo alpino: “la costruzione della Alpi” di Antonio De Rossi, avrà avuto modo di constare che l’intero capitolo conclusivo, che è anche una riflessione di prospettiva, è dedicato appunto al tema della “patrimonializzazione” delle Alpi.

Spero che queste due citazioni abbiano sollecitato la vostra curiosità..ma di cosa stiamo parlando esattamente? Quando pensiamo all’idea di “patrimonio” pensiamo ad una idea di valore e nel linguaggio comune, il più delle volte, ci riferiamo al patrimonio artistico e culturale su cui si concentra ormai da lungo tempo un’azione di riconoscimento e di valorizzazione. In realtà, più ci avviciniamo a noi, più questa accezione diventa insufficiente a cogliere il senso di questo processo. Al patrimonio mondiale dell’Unesco sono iscritti anche, per fare alcuni interessanti esempi, i vigneti di Lavaux non lontano da Losanna, l’Orto botanico di Padova, l’insediamento industriale di Crespi d’Adda, i paesaggi vitivinicoli delle Langhe, Roero e Monferrato, le strade francesi per Santiago di Compostela o ancora in Svizzera lo Jungfrau-Aletsch-Bietschorn. Nuovi elementi che caratterizzano il nostro paesaggio culturale ma anche economico sono riconosciuti per il loro valore “patrimoniale” e concorrono a pieno titolo alla performance dei singoli territori. La consapevolezza di questo processo è ormai piuttosto diffusa ma meno diffusa è la consapevolezza di quanto anche questo ulteriore passo in avanti del processo di patrimonializzazione dell’economia sia già accompagnato da ulteriori e più diffuse azioni territoriali. Provo a fare alcuni esempi diversi tra di loro. Negli anni Settanta avevamo tutti, anche i più lungimiranti, la netta sensazione di una crisi irreversibile di gran parte dell’agricoltura valdostana; eppure provate a guardare delle foto del paesaggio di Aymavilles o di Chambave negli anni Settanta e confrontatele con quelle di oggi. All’abbandono di allora si è sostituito oggi uno dei distretti vitivinicoli più avanzati della Valle d’Aosta con riconoscimenti a livello nazionale e non solo e che sottende una generazione anche di giovani di grande passione e di grande competenza. Analoghi esempi si possono fare anche in altri settori della nostra agricoltura. Facciamo una altro esempio. Negli anni Settanta e Ottanta il turismo valdostano era concentrato nelle grandi stazioni di sci e in piccola parte nella città di Aosta e in alcuni siti puntuali del nostro territorio. Alcuni osservatori di allora, in modo perfino provocatorio, avevano visto paradossalmente di buon occhio la crisi della neve per lo stimolo che avrebbe potuto rappresentare verso una diversa e ben più complessa e performante visione del turismo. Se guardiamo lo stesso tema con gli occhi di oggi, quegli anni sembrano un passato remoto. Le stazioni di sci hanno dovuto trovare soluzioni di sopravvivenza come l’innevamento artificiale ma si sono anche lentamente sviluppate nuove azioni di riqualificazione e patrimonializzazione territoriale che hanno profondamente modificato l’assetto della fruizione turistica della Valle d’Aosta. Oggi assistiamo già ad un profondo processo di trasformazione anche dell’accoglienza, il parziale superamento di un modello fondato sull’offerta alberghiera e le seconde case verso una ricettività diffusa che risponde da un lato ad un fenomeno globale favorito dal web ma dall’altro è anche il sintomo della “sovrapatrimonializzazione” delle famiglie valdostane a fronte di una tendenza alla diminuzione del reddito. Fenomeno quest’ultimo posto in evidenza già diversi anni or sono da Giuseppe De Rita presidente della Fondazione Courmayeur. Il fenomeno più interessante di questo processo è la trasformazione di alcuni prodotti in “patrimoni” e nell’identificazione di questi valori con una dimensione territoriale. Solo attraverso questa definizione forse in un certo senso “estrema” si può cogliere però il senso più profondo di questo processo. Questa riflessione potrebbe continuare in molte direzioni tutte stimolanti e dense di conseguenze ma lo spazio è poco e quindi attirerò per concludere la vostra attenzione solo su un ulteriore elemento. Non so quanti di voi abbiano visto o visitato il “dispositivo visuale” di Matteo Thun sopra Merano, chi gli interventi di Werner Tscholl sul Passo del Rombo tra Alto Adige e Stubaital, chi la balconata nel vuoto del Dachstein o ancora il Top of Tirol o il nuovo percorso di visita del lago di Carezza, ma credo che tutti abbiano colto che anche in questo senso è in corso una straordinaria trasformazione dei modi di fruizione del paesaggio e dell’ambiente naturale. Quanto appena citato tende a costruire quello che io chiamo un “superpaesaggio”, ovvero uno luogo del tutto analogo a quello accanto ma caricato di una dimensione simbolica di una straordinaria forza comunicativa. Questi luoghi del “superpaesaggio” hanno un ruolo crescente nel contesto del marketing territoriale ma svolgono anche un compito importante nel controllo e nella gestione dei flussi, limitando gli effetti negativi dell’impatto umano sui paesaggi sensibili. L’insieme di questi processi paralleli, fin qui così sommariamente descritti, configurano i contorni di un modello economico fortemente correlato a numerosi processi di valorizzazione patrimoniale e sottende a sua volta anche un modello di società altamente inclusivo e partecipativo, capace di valorizzare le migliori risorse umane e intellettuali e di dare ai giovani più di un motivo di speranza nel futuro. In questi anni la Valle d’Aosta ha intrapreso, talvolta suo malgrado e talvolta persino inconsapevolmente questa strada che in futuro dovrà invece essere al centro di molti approfondimenti e che riconduca tanti sforzi passati, presenti e futuri all’interno di una strategia coerente e condivisa, motivo di una più forte coesione sociale e di una più lucida identità culturale e comunitaria.

 

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