Ricerca avanzata

Cerca

Reset

"Continuate in ciò che era giusto"

Politica

12 Aprile 2017

Riflessioni Pasquali

La Pasqua ha un doppio significato: religioso e simbolico. Nella mia formazione prevale senz’altro quello simbolico per quanto abbia assoluto rispetto di coloro che ne interpretano la dimensione religiosa. La Pasqua di resurrezione di quest’anno vorrei dedicarla a Alexander Langer e credo che questo ricordo tocchi la coscienza degli uni e degli altri.

Alcune settimane or sono ho letto con piacere e con attenzione un articolo pubblicato da Luciano Caveri sul suo blog dal titolo: “ponti”. Questo testo, pur nella sua brevità, suggerisce tre interessanti livelli di lettura. Il primo, quello etimologico, introduce al rapporto tra l’elaborazione delle idee e il linguaggio con cui le esprimiamo; il secondo, quello letterario, riconduce al valore della conoscenza come elemento fondativo di una partecipazione attiva e responsabile alla vita sociale; infine quello più propriamente simbolico, del ponte come mano tesa tra due rive. Questo breve articolo mi ha spinto a riprendere dalla mia biblioteca gli scritti di Alexander Langer, fondatore tra l’altro della rivista “Die Brücke/Il Ponte”, scritti che sono stati ripubblicati da Sellerio nel 2011. Alexander Langer è una figura di grande interesse soprattutto per noi che siamo nati e viviamo nella Alpi. Come credo tutti ricorderanno, Alexander era altoatesino, nato a Vipiteno nel 1946 e si è tolto la vita il 3 luglio 1995 ai Piani dei Giullari, vicino a Firenze, lasciando un testo breve e struggente ad accompagnare il suo estremo gesto. Ho riletto alcuni passaggi di questo volume e ho dovuto ammettere che è una delle letture più pertinenti rispetto alla sfida lanciata da Mouv’ come luogo di riflessione programmatica e di partecipazione democratica. Chi avrà il piacere di affrontare, almeno in parte, alcune di queste pagine, non potrà non cogliere, al di là delle opinioni di ciascuno, il valore assoluto di un etica della militanza attiva, così distante dalla attuale “indignazione” da sofà stigmatizzata in un recente articolo di Thomas Friedman sul New York Times.

Chi non avrà il tempo o la voglia di affrontare, almeno in parte, questa raccolta di testi, potrà trovare, io spero, di un qualche interesse la lettura della breve introduzione di Goffredo Fofi che riporto integralmente di seguito.

Se si dovesse chiudere in una formula ciò che Alex Langer ci ha insegnato, essa non potrebbe che essere: piantare la carità nella politica. Proprio piantare, non inserire, trasferire, insediare. E cioè farle metter radici, farla crescere, difenderne la forza, la possibilità di ridare alla politica il valore della responsabilità di uno e di tutti verso “la cosa pubblica”, il “bene comune”, verso una solidarietà tra gli umani e tra loro e le altre creature secondo il progetto o sogno di chi “tutti in sé confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor, porgendo/ valida e pronta ed aspettando aita/ negli ultimi perigli e nelle angosce/ della guerra comun.”

Dico carità nel preciso senso evangelico, poiché Alex era un cristiano, dei non molti che cercavano di attenersi agli insegnamenti evangelici che era possibile conoscere in quegli anni nel “movimento” (e oggi sono ancora di meno) e non, come tanti di noi che gli fummo contemporanei e amici, di fragilissime convinzioni “marxiste” oppure, al meglio, mossi confusamente da una visione solo etica del cristianesimo. La “diversità” di Alex, la sua superiorità sui suoi amici e compagni, gli veniva anche da una storia famigliare più ricca, a cavallo tra lingue e culture, tra Germania e Italia e tra ebraismo e cattolicesimo, ma nessuno vide mai in questo il marchio del privilegio, poiché essa era caratterizzata in lui da una convinzione di umiltà reale e non esibita, non appariscente, dalla propensione all’ascolto degli altri, di tutti, dalla libertà dei collegamenti e dalla scelta di “far da ponte”.

Quante volte Alex Langer non ha teorizzato nei suoi testi la funzione e l’imprescindibile necessità dei “ponti”? Ricordava tanti anni fa Piero Calamandrei fondando, a guerra appena conclusa, una rivista che si chiamava “Il ponte”, il significato metaforico ma anche concreto dei ponti, da riedificare dopo le distruzioni della guerra che si era accanita a distruggerli. Ponti veri, che gli uni o gli altri avevano fatto saltare, e che dovevano mettere di nuovo in comunicazione e in “commercio” persone e città, culture e territori. Ponti ideali, che potessero permettere ai vinti e ai vincitori, tutti infine perdenti, sopravvissuti ai conflitti e alle stragi e cioè al dominio della morte, di ritrovare nell’incontro e nel dialogo la possibilità di un futuro migliore. (L’attaccamento di Alex alle sue radici regionali e la sua ambizione cosmopolita gli hanno permesso una concretezza precisa, mai parolaia, e una visione ampia, internazionale, nel filone di quell’utopia che era stata per un tempo di una parte del movement americano, quella che diceva di doversi preoccupare ostinatamente di due ambiti da tenere strettamente collegati tra loro: “il mio villaggio e il mondo”.

Il progetto semplicissimo e immenso di far da ponte tra le parti in lotta, che ad Alex costò infine la vita, è fallito e continua a fallire in un mondo dove le incomprensioni permangono e prosperano gli odi, sollecitati dai diversi poteri e dal peso dei torti ricevuti e fatti, di una memoria di gruppo che, invece che rendere aperti, rende più chiusi alle ragioni degli altri. Poiché troppa memoria può uccidere alla pari della (nostra, italiana) assenza di memoria. E tuttavia il messaggio di Langer è stato fino all’ultimo chiaro: se anche c’è chi cade, chi non regge più il peso della storia e della solitudine (forse ci si uccide perché ci si sente o si è rimasti soli – ma alcuni, come i vecchi e i malati, perché si è tagliati via dalla vita – più che per l’oggettiva debolezza e insicurezza del genere umano e per la fatica di dover continuamente ricominciare), bisogna imparare dall’esperienza quel che se ne può ricavare, e andare avanti. Non perché “ si spera”, ma perché “si ama”: e la “carità” è allora il centro di tutto, come voleva san Paolo – più della speranza e più della fede.

Alex Langer ha svolto una funzione di ponte in due direzioni prioritarie: quella di accostare popoli e fazioni, di attutirne lo scontro e di promuoverne l’incontro, e quella dell’apertura a un rapporto nuovo tra l’uomo e il suo ambiente naturale. E se nel primo caso, quello più determinato dalle pesanti contingenze della storia (per Alex, la guerra interna alla ex Jugoslavia), si trattava di far da ponte ma anche da intercapedine, da camera d’aria dove potesse esprimersi un dialogo assai difficile, nel secondo si trattava piuttosto di additare nuovi territori all’azione politica responsabile, allargandone il significato da città a contesto, da polis a natura.

Se sul fronte della pace e della convivenza tra umani di diversa etnia o religione o parte politica Alex è stato un continuatore, egli è stato su quel secondo fronte un precursore, uno dei più persuasi pionieri dell’indispensabilità di una visione ecologica dell’agire politico. Ha visto tra i primi l’arrivo della novità, come lo Zaccheo del Vangelo che si portò nel luogo più avanzato del suo villaggio e nel suo punto più alto per poter vedere per primo l’arrivo del Messia, e cioè della Novità, ed è stato confortato in questo dalla sua conoscenza e vicinanza a uno dei pochi veri profeti dello scorso secolo, il prete e filosofo che si faceva chiamare Ivan Illich. Tra l’antico e l’eterno del messaggio cristiano e la verde novità dell’ecologia, tra le esigenze della pace (gli uomini) e quelle dell’armonia (degli uomini con la natura) tra loro fittamente intrecciate, sempre più interdipendenti, Langer si è mosso quotidianamente, attento al presente ma cosciente del passato e straordinariamente aperto al futuro, al possibile e al doveroso dei compiti della politica (della militanza, della persuasione). Contro il gioco chiuso del potere. E contro i ricatti paralleli di un’impazienza non meditata e di una lentezza non ipocrita: nell’avvicendarsi che appartiene alla storia delle fasi di stasi e di quelle di febbre, occorre prepararsi nella stasi per saper meglio muoversi nella furia che, prima o poi, si scatenerà. Anche se il nostro ritmo e tempo non sono quelli del potere e del capitale, della violenza che essi propongono o provocano, dobbiamo però conoscerli, studiarli, contrastarli. L’azione soffre di aver trascurato il pensiero, quando i suoi tempi si accelerano, e un pensiero senza azione serve a poco, cambia poco. Si tratta allora di agire su un doppio binario secondo modalità difficili da gestire, che esigono ponderatezza e prontezza. Ma si tratta anche di saper giudicare la storia – per esempio, l’incidenza delle trasformazioni radicali, soggiacenti del sistema economico, e il peso delle “sovrastrutture” che quelle finiscono per sconvolgere o scatenare. E si tratta di sapere, nell’idealità di una sintonia dei fini con i mezzi, cosa è possibile proporre, cosa è doveroso contrastare. Tutto questo Alex Langer ha, mi pare, tenuto in gran conto.

Dopo la secca sconfitta dei movimenti del dopo guerra mondiale, nel mondo di fantascienza realizzata e di nuova barbarie, di nuovi sistemi di dominio attuati (tra consumo e consenso) nei paesi ricchi, che in questo mortuario progetto sono riusciti a coinvolgere quelli poveri ma anche, a volte, a irritarli fino a provocare la loro risposta più tradizionale e micidiale, quella del fondamentalismo identitario e religioso, la sfida di Alex è stata infine quella di molti, ma più lucida e vissuta con più radicale generosità, è stata quella di non-accettare lo stato delle cose, di non darlo per scontato cercando e trovando al suo interno il proprio spazio, bensì di metterlo in discussione fattivamente con la rivolta, se necessario di pochi ma in funzione del tutti. Con maggiore comprensione da parte sua delle contraddizioni, della complessità dei problemi, e si è trattato allora per lui di viverle, le contraddizioni, secondo il filo rosso della propria coscienza e delle proprie convinzioni morali. Viverle, le contraddizioni – anche le nostre di complici e di oppressi allo stesso tempo – analizzandole senza paraocchi, e tentando di superarle nel fare, nel “ben fare”. Contro le verità provvisorie e i fumi delle ideologie, del vitalismo dimentico del sentimento dell’inquietudine e della domanda, o se vogliamo del tragico. Riconquistando alla responsabilità verso la collettività, verso la polis, il suo spazio centrale di azione per il cambiamento positivo, nella direzione dell’affermazione di una solidarietà “che tutti i sé confederati estima”.

Si è trattato insomma per Alex Langer e per pochi altri come lui, e si tratta per noi oggi, di superare la diffidenza antica e nuovissima per la politica, di continuare o ricominciare occuparci della “cosa pubblica” con lo sguardo antico e nuovissimo di una vocazione insieme profondamente cristiana e limpidamente laica, e con la coscienza chiara dell’obbligo di superare i nostri limiti, di abbandonare le nostre acquiescenze, di abbattere i nostri luoghi comuni ridefinendo la politica a partire dagli obblighi di ciascuno, a partire dal gruppo (le minoranze eticamente determinate) e dal singolo, chiedendo a noi stessi il massimo, ma del possibile. E ricordando, come Alex Langer ha sempre avuto ben presente, che “non si lava con l’acqua sporca” (è il rimprovero che Aldo Capitini faceva ai comunisti) ma anche – come diceva Charles Péguy parlando di coloro che criticavano chi agiva in nome di una purezza che la storia, e cioè le necessità dell’intervento, fanno impossibile – che le mani bisogna almeno averle, e che bisogna saperle usare.

Il sentiero di cresta su cui Alex si è mosso (e l’immagine gli si addice, uomo di montagna e di confine) è stato, spinto fin quasi all’estremo, il più esemplare ed educativo di tutti quelli percorsi dalla sua generazione, il più aperto al confronto con le contraddizioni della politica e anche il più autenticamente, coerentemente, lucidamente drammatico e vero. Di questo gli siamo grati, perché è anche a partire dalle riflessioni sulla sua scelta finale che si può ancora ricominciare, nella coscienza delle difficoltà e dei limiti delle nostre possibili scelte, della precarietà e fragilità della nostra condizione di uomini, dell’immane peso della storia ma anche della necessità di reagire e di dare un senso alla brutalità o al torpore della nostra vita con scelte degne, nobili, responsabili e chiare oggi più che mai.

 

"I pesi mi sono divenuti davvero

insostenibili, non ce la faccio più.

Vi prego di perdonarmi tutti anche

Per questa mia dipartita.

Un grazie a coloro che mi hanno

Aiutato ad andare avanti.

Non rimane da parte mia alcuna

amarezza nei confronti di coloro

che hanno aggravato i miei problemi.

«venite a me voi tutti che siete stanchi e oberati».

Anche nell’accettare questo

Invito mi manca la forza.

Così me ne vado più disperato che mai.

Non siate tristi,

continuate in ciò che era giusto."

/

In primo piano

Politica