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Outlet: le nuove mete turistiche

Economia

20 Aprile 2017

Mi ha fatto riflettere la notizia del fallimento dello sciopero nel giorno di Pasqua all’outlet di Serravalle: solo 4 negozi hanno abbassato le saracinesche. Nonostante i lavoratori, spesso sfruttati da pagamenti con voucher, orari poco sindacali, turni imposti pena il licenziamento, si fossero mobilitati e che lo sciopero fosse stato annunciato dai mass media, anche la scorsa domenica di Pasqua famigliole con bimbi al seguito,pullman di giapponesi, brigate di giovani erano già pronti fin dal mattino a varcare i cancelli della città dei sogni.

Da una decina d’anni gli outlet si sono moltiplicati, l’ultimo in zona è quello aperto alle porte di Torino. Sono diventati le nuove mete turistiche: la gente, invece della gita fuori porta al mare o in campagna per un picnic, preferisce passare una giornata festivaall’outlet più vicino. Le stesse agenzie di viaggi propongono, tra la gita alla sagra del pesce di Camogli e il tour enogastronomico nelle Langhe, la giornata all’outlet. Qui, oltre ai negozi  che ti attirano con gli specchietti per le allodole di sconti fino al 70% su capi griffati, che però poi scopri riguardano solo abiti decisamente fuori moda, dai colori improbabili e dalle taglie extrasize, mentre quelli che vorresti costano praticamente come nelle boutique, ci sono poi bar, ristoranti, aree giochi con  animatori. Certo, si tratta spesso di fast food di bassa qualità, i cui prodotti fintamente ricordano “quelli del territorio”, ma pazienza, l’obiettivo èacquistare qualcosa che normalmente non ci si potrebbepermettere e soprattutto trascorrere una giornata di relax, in questo “non luogo”. Magari si può anche incontrare l’anima gemella o semplicemente stringere nuove amicizie, mentre si fruga nei cestoni delle boutique alla ricerca dell’occasione.

Il problema è che i negozi, quelli veri, dovranno sempre più offrire delle valide alternative per fronteggiare la crisi che inevitabilmente li ha colpiti anche per colpa degli outlet. Sempre più i commercianti dovranno fidelizzare, coccolare i clienti, offrendo consulenze da veri personal shopper e non voler solo rifilare qualsiasi cosa, pur di vendere, e magari essere un po’ meno altezzosi e disposti a proporre anche capi su cui si ha un ricavo minore. Insomma battere la concorrenza con sconti, ma soprattuttoservizi che le povere commesse dell’outlet, spesso poco professionali, senza esperienza e soprattutto oberate di ore di lavoro, non sanno e non possono dare. Forse così la clientela quella vera, quella che esige qualità e cortesia, tornerà nei negozi del centro e si stancherà presto degli outlet che lascerà alle orde di giapponesi o russi.

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